Mediterranea
A Journal of Cultural Anthropology and Ethnomusicology
( 4 /2018)

 

 

 

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The Matthew 
Gospel

Matthew 16:13-20. Confessione petrina e festa dello Yom Kippur
 

 
 
 



 
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Confessione petrina
e Yom Kippur
in Mt 16:13-20

 

di Davide Polovineo

November 30 2016







1 Il Background rituale di Mt 16:13-20. Il rito dello Yom Kippur

La festa dell'espiazione, o "Giorno dell'espiazione", non aveva la grande messa in scena della festa delle Tende che era una grande festa popolare che attirava a Gerusalemme molti pellegrini; la durata di sette giorni ne manifestava l'importanza e ne favoriva la celebrazione [cfr. K.HRUBY, Le Yom Ha-kippurim ou jour de l'Expiation, OrS 10 (1965)].

La festa dell'espiazione invece era caratterizzata da due riti liturgici: l'offerta del sacrificio per il peccato e la proclamazione del nome divino.Il rituale è presente nel capitolo sedicesimo del libro del Levitico.

Lo Yom Kippur ha luogo in una data precisa: inizia la vigilia del 9 e finisce con il vespro del 10 Tishri.
L'attore principale è sempre e solo il sommo sacerdote.

Il rapporto che esiste tra il giorno e la festa primitiva dell'intronizzazione si manifesta soprattutto nel rito centrale dello Yom Kippur. L'ingresso del Sommo Sacerdote nel "Santo dei Santi" è, probabilmente, una sopravvivenza diretta della funzione del re d'Israele nella sua qualità di rappresentante sacerdotale del popolo. Nella festa d'autunno è l'unica volta che egli entra nel "Santo dei Santi", cioè nel luogo più sacro del Tempio dove, prima della distruzione di Nabucodonosor, si trovava l'arca con kapporet e le tavole dell'alleanza.

Il rituale era strutturato in cinque parti: 

1) Il sommo sacerdote riceveva due capri sui quali gettava la sorte: uno per JHWH, l'altro per Azazel.
2)Riceveva un giovenco che offriva quale sacrificio espiatorio per sé e per la sua famiglia.
3)Immolava per il popolo il capro sul quale era caduta la sorte per JHWH ripetendo lo stesso rito espiatorio che aveva compiuto sul giovenco.
4)Il sommo sacerdote imponeva le mani sulla testa del capro sul quale era caduta la sorte per Azazel, confessava contemporaneamente le colpe del popolo scaricandole sul capro e incaricava una persona di trascinarlo nel deserto.
5) Il Sommo sacerdote, compiuta questa parte straordinaria del rito, cambiava le vesti indossate e vestiva gli abiti festivi per offrire gli olocausti per sé e per il popolo.


Il giorno era di riposo solenne, nessuno poteva lavorare, tutti dovevano compiere penitenze; sull'obbligo della penitenza vi è un'insistenza singolare in Lv 16:34:

 וְהָיְתָה-זֹּאת לָכֶם לְחֻקַּת עוֹלָם, לְכַפֵּר עַל-בְּנֵי יִשְׂרָאֵל מִכָּל-חַטֹּאתָם--אַחַת, בַּשָּׁנָה

Il carattere penitenziale e di lutto che caratterizzava il giorno del Kippur (e in certa misura, tutto il periodo di dieci giorni che precedeva) probabilmente, è un'eredita rituale delle lamentazioni del culto di Tammuz.La versione della storia di Giuseppe del libro dei Giubilei dimostra che il motivo era ancora vivo nel primo secolo a.C.; in questo racconto, l'invio degli abiti insanguinati di Giuseppe e la lamentazione di Giacobbe sono situati precisamente il decimo del settimo mese.


2 La rilettura della scuola redazionale matteana dello Yom Kippur
 
Alla luce del Ritual Background si comprende meglio l'avvenimento ("showing") accaduto sulla strada di Cesarea di Filippo in Mt 16:13-20. La scuola redazionale matteana ha voluto celebrare la festa dello Yom Kippur a modo suo istituendo un nuovo culto indipendente dai santuari nazionali. La location è Cesarea di Filippo, una regione "pagana" e lo sfondo liturgico rischiara il significato della duplice domanda posta da Gesù di Nazaret ai suoi discepoli: 

tina legousin oi anqrwpoi einai ton uion tou anqrwpou

Per Van Cangh-Van Esbroeck [cfr. lo studio fondamentale sul primato petrino in Mt 16,16-19: RTL 11 (1980)] nel ritual Background dello Yom Kippur la scuola redazionale matteana desidera che si pronunci il nome di JHWH nella nuova prospettiva giudeo-cristiana in cui la liturgia dell'Antica Alleanza troverà il suo compimento. Il set non è il tempio di Gerusalemme. La messa in scena è costruita in una regione pagana, lontana dal centro del culto giudaico. La scelta "redazionale" sembra destinata, primariamente, ad assicurare agli attanti-discepoli una maggiore libertà cultuale. Inoltre, ironicamente, a Cesarea di Filippo gli attanti-discepoli non possono essere "importunati" dagli avversari (extra-diegetici) che si oppenevano alla scuola redazionale matteana.

L'attore fondamentale della messa in scena è  Cefa che dichiara rispondendo alla domanda"E voi chi dite che Io sia":  
apokriqeiV de simwn petroV eipen su ei o cristoV o uioV tou qeou tou zwntoV

La risposta petrina è la proclamazione della comunità liturgica matteana che liturgicamente pronuncia il nome divino JHWH in modo nuovo.
Un'espressione simile, accompagnata dall'appellativo il Cristo, ritornerà sulla bocca di Caifa in Mt 26:63.

La scuola redazionale matteana offre, pertanto, il ruolo di Sommo Sacerdote a Simone-Cefa. Infatti nel vangelo di Matteo vi è una proclamazione ufficiale da parte del capo dei dodici: una volta per sempre Cefa pronuncia il nome divino (come una volta all'anno il Sommo Sacerdote pronuncia il nome divino di JHWH). Per dare un accento ancora più significativo la scuola redazionale matteana chiama Simone con una certa solennità:


apokriqeiV de o ihsouV eipen autw makarioV ei simwn bariwna oti sarx kai aima ouk apekaluyen soi all o pathr mou o en toi
ouranoiV


Sembrerebbe che la scuola redazionale matteana utilizzando il termine greco Jonas (cfr. Yohanan tradotto dai LXX Jonas-Jonias o Onias)richiami la descrizione del Sommo Sacerdote nell'Ecclesiatico (50:11): "Simone, figlio di Onia, il Sommo sacerdote". Proprio questa allusione contribuisce a far percepire il senso del nuovo nome dato al discepolo in Mt 16:18: Kaipha è conferito per esprimere una nuova funzione: kagw de soi legw oti su ei petroV kai epi tauth th petra oikodomhsw mou thn ekklhsian kai pulai adou ou katiscusousin authV. Petrus-Kaipha in aramaico è identico al nome del Sommo sacerdote in carica: Caifa. Il nome di Caifa conferito a Simone si armonizza con il quadro dello Yom Kippur non soltanto perché comporta un'allusione al Sommo sacerdote in funzione, ma fondamentalmente perché si rapporta alla pietra di fondazione del tempio. Questa pietra emergeva dal suolo del Santo dei Santi e "sorreggeva" il posto dell'arca e del propiziatorio: era considerata la pietra sulla quale era stato fondato il mondo. Su questa pietra, secondo il targum Pseudo-Gionata, era scolpito il nome di JHWH, la roccia d'Israele (Yoma 5,42).  Inoltre è significativo il richiamo a Is 28:16-17: " Ecco io pongo in Sion una pietra per fondamento, pietra scelta, angolare, preziosa; chi avrà fiducia in essa non vacillerà [...]Verrò distrutto il vostro patto con la morte e la vostra allenza con šeol non reggerà".

Anche il dono delle chiavi del regno dei cieli è un elemento rituale da ricollocare nel background liturgico della festa dello Yom Kippur. Il Sommo Sacerdote chiede a JHWH un anno di prosperità (apertura del buon tesoro). La consegna delle chiavi per la trasmissione del potere è presente in Is 22:20-22 e Ap 3:17. Secondo l'apocalisse di Baruc (X,18) ai sacerdoti, in quanto amministratori della casa di JHWH, sono consegnate le sue chiavi.

Infatti nel giorno dell'Espiazione Israele "chiedeva" la venuta del Messia:  contrariamente la scuola redazionale matteana annuncia l'atteggiamento di rinuncia (=non convocazione). I sommi sacerdoti, gli anziani e gli scribi, non desiderano il "compimento" delle promesse messianiche. La scelta dello Yom Kippur, pertanto, per le predizioni solenni delle passioni, manifesta l'intenzione della scuola redazionale matteana di compiere con il rito sacrificale e con le "passioni" ciò che era rappresentato nel culto giudaico:


apo tote hrxato ihsouV cristoV deiknuein toiV maqhtaiV autou oti dei auton eiV ierosoluma apelqein kai polla paqein apo twn presbuterwn kai arcierewn kai grammatewn kai apoktanqhnai kai th trith hmera egerqhnai



3 Il compimento sacrificale: il passaggio dalla festa dello Yom Kippur alla festa di Sukkot

La "trasfigurazione" conferma il nuovo rituale dello Yom Kippur di Mt 16:13-20. La trasfigurazione è un elemento redazionale importante per la prospettiva sacrificale e per le "passioni" di Mt 16:18 [(cfr. R. LE DEAUT, Actes 7,48 et Matthieu 17,4, à la lumiere du targum palestinien, RSR 52 (1964)].

La trasfigurazione ha avuto luogo "sei giorni dopo"(Mt 17:1) [cfr. per la sinossi con Marco H.B. SWETE, The Gospel according to St. Mark, London 1898; W.M. RAMSAY, The Time of the Transfiguration, ExpTim 6 (1908)]. La cronolatria è stata conservata dalla tradizione, probabilemte, per indicare un periodo ben conosciuto dalle comunità rituali d'Israele. Riesenfeld in Jesus transfiguré. L'arrière-plan du récit évangélique de la Transfiguration de Notre-Seigneur (Copenaghen 1947) ha individuato nella esplicitazione temporale l'intervallo che intercorreva tra il giorno dell'Espiazione e la festa dei Tabernacoli (10-15/16 di Tishri).

La scuola redazionale matteana offre a Cefa il ruolo dell'attore principale-cerimoniere: 
apokriqeiV de o petroV eipen tw ihsou kurie kalon estin hmaV wde einai ei qeleiV poihsw wde treiV skhnaV soi mian kai mwusei mian kai hlia mian.

"Facciamo tre tende, una per te, una per Mosé ed una per Elia": la proposta petrina sarebbe strana se non fosse giustificata dall'usanza prescritta per la festa in Lv 23:42-43:


בַּסֻּכֹּת תֵּשְׁבוּ, שִׁבְעַת יָמִים; כָּל-הָאֶזְרָח, בְּיִשְׂרָאֵל, יֵשְׁבוּ, בַּסֻּכֹּת
לְמַעַן, יֵדְעוּ דֹרֹתֵיכֶם, כִּי בַסֻּכּוֹת הוֹשַׁבְתִּי אֶת-בְּנֵי יִשְׂרָאֵל, בְּהוֹצִיאִי 
אוֹתָם מֵאֶרֶץ מִצְרָיִם:  אֲנִי, יְהוָה אֱלֹהֵיכֶם


Il ritual background della festa di Sukkot, tuttavia, ci permette di ricomprende l'importante espressione "il figlio mio prediletto" con la quale la scuola redazionale matteana delinea la proposta sacrificale-rituale.

L'espressione "il figlio mio prediletto" comporta un allusione a Isacco e ad  Abramo che aveva ricevuto l'ordine di sacrificare il figlio (Riesenfeld mette in relazione Isacco con il testo del libro dei Giubilei). Durante la festa delle Capanne si legge, infatti, sia il testo della nascita di Isacco sia il testo del suo sacrificio.
 R. Le Deaut ha rilevato che il termine tecnico "agapetos" nel primo testamento ha un senso tecnico e designa un figlio unico condannato a morte (La présentation targumique du sacrifice d'Isaac e la sotériologie paulinienne, in Studiorum Paolinorum Congressus Internationalis Catholicus, vol. II, Roma 1963). Ricordiamo che in in Gen 22:2.12.16 l'espressione "figlio unico" ricorre tre volte per sottolineare la grandezza del sacrificio e la letteratura rabbinica ha riconosciuto in Isacco la garanzia della salvezza del popolo (la festa delle tende costruiva liturgicamente l'annuncio messianico sul testo di Gen 22).

La presenza del racconto del sacrificio d'Isacco nella liturgia di Sukkot, inoltre, è una mnemotopica rituale che collega il monte Moria con il Monte Sion: l'altare costruito da Abramo sul monte Moria era considerato il prototipo dell'altare dei sacrifici e del tempio di Gerusalemme . Per la redazione matteana il monte è il luogo del segreto messianico (Mt 17:9):

kai katabainontwn autwn ek tou orouV eneteilato autoiV o ihsouV legwn mhdeni eiphte to orama ewV ou o uioV tou anqrwpou ek nekrwn egerqh


L'autore della seconda lettera di Pietro, ricordando il grande evento, scriverà: "Non per essere andati dietro a ingegnose favole vi abbiamo reso nota la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma per essere stati spettatori della maestà "di lui". Egli infatti ricevette da Dio Padre onore e gloria quando alla magnifica Gloria fu recata a lui questa voce:"Questo è il figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto". E noi udimmo questa voce portata dal cielo, mentre eravamo con lui sul monte Santo" (2 Pt 1:16-18).
 

 

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